Gianluca Floris scrittore

I miei libri attualmente in commercio. Due ebook e altri cartacei.

Ultimo nato l’ebook de “La Preda” (Edizioni di Karta). È una storia dura, piena di cattivi travestiti da buoni e di gente giusta travestita da gente sbagliata. Sardegna oleografica, Sardegna sorprendente, Eroi, bastardi, uomini duri, uomini vigliacchi, uomini morti da tempo. Una storia di donne che da sole saranno il futuro, perché loro è la forza, loro la volontà.

Altro ebook disponibile è “Il Lato Destro” (CUEC). Un romanzo che alterna la ricostruzione dell’agguato di via Fani, il rapimento di Aldo Moro, con la vicenda di un killer professionista, addestrato per uccidere e dei suoi torbidi rapporti con le Brigate Rosse. La storia si svolge tra Parigi, Roma e Cagliari. La storia di fantasia si incastra perfettamente fra risultanze balistiche e testimonianze raccolte dai processi e dagli atti delle Commissioni d’Inchiesta.

“L’Inferno Peggiore” (PIEMME) è un libro cartaceo e attualmente lo si può acquistare solo nelle EDICOLE perché è stato recentemente ristampato nei tascabili Piemme nella prestigiosa collana “I Maestri del Thriller” con il numero 131.  “L’inferno siamo noi. La vera condanna eterna è un non-luogo in cui si è soli ad osservare se stessi dall’esterno, con impietosa consapevolezza. E l’inferno più doloroso è il rimpianto di rendersi conto troppo tardi, quando i giochi sono fatti e non si torna più indietro, di aver buttato via la propria vita” (Maria Ferragatta).

“Piciocus” (Caracò editore) è una raccolta di cinque racconti di altrettanti autori sardi (Francesco Abate, Gianni Zanata, Paolo Maccioni, Silvia Sanna e Gianluca Floris) ambientati nella loro infanzia o adolescenza. Cinque autori per cinque racconti. Uno dei racconti è il mio.

“Nyx Racconti della notte” (Arkadia editore). Quindici racconti d’autore, quindici interpretazioni della notte, intesa come momento magico. Uno dei racconti è il mio.

Un Curriculum da scrittore
Gianluca Floris inizia la sua attività come autore di testi per la radio a soli sedici anni. In seguito inizia la sua attività di sceneggiatore e autore di testi per l’audiovisivo, attività che continua tutt’oggi, alternando una intensa produzione di racconti non destinati alla pubblicazione.
Nel 2000 pubblica il suo primo romanzo “I Maestri Cantori” per le edizioni Il Maestrale di Nuoro. Una spy-story utilizzata come pretesto per raccontare il mondo della lirica con le meschinerie e le debolezze che di solito non passano oltre il sipario.

Nel 2003 debutta come autore teatrale con la piece “Radiologo” a Torino e nel 2005 scrive e dirige, con il coregista Lorenzo Fontana, lo spettacolo “Il Lato Destro” per lo stesso Teatro Baretti nel capoluogo piemontese. Ipotizzando come vera la presenza di un operatore professionista nel teatro della strage di via Fani, si ricostruisce la vita di un mercenario degli anni settanta e le dinamiche che lo avrebbero portato a partecipare alla azione di fuoco che permise il rapimento di Aldo Moro.
Da questo lavoro teatrale Gianluca Floris nel gennaio 2006 trae l’omonimo libro “Lato Destro” per la casa editrice cagliaritana CUEC.
Il 19 settembre del 2006 esce il suo primo romanzo per una casa editrica nazionale: “La Preda” per l’editore Mondadori nella collana Colorado Noir.
Il 24 febbraio del 2009 esce per PIEMME editore il suo secondo romanzo per un editore nazionale: “L’inferno peggiore” e dal novembre 2011 viene ristampato nei Tascabili PIEMME per la collana “I maestri del giallo”.
Ultimo nato l’ebook de “La Preda” per Edizioni di Karta.

Svolge attività di formazione e di aggiornamento per allievi e docenti curando seminari e corsi di analisi del linguaggio sia letterario che audiovisivo.

Due siti:
http://florissensei.wordpress.com
http://costruiresumacerie.org

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Mi intervisto da solo
Se c’è un filo conduttore di tutta la mia vita, forse la parola è l’elemento che maggiormente unisce tutte le mie diverse attività. Io scrivo, scrivo storie che invento ma che ho visto e che ho sofferto con cuori altrui. E mi piace raccontare, usare la parola come un mattone che costruisce le grandi case che sono i racconti. Le storie nelle quali faccio muovere i miei personaggi sono le storie delle mille vite che rubo raccontando. Mi è sempre piaciuto ascoltare i racconti. A differenza dei miei coetanei e amici, fin da bambino a me non interessava mai sapere se quella storia che mi raccontavano era vera oppure no. In questo senso ero strano. A me interessava la storia, il racconto in quanto tale, non la sua corrispondenza con la realtà. E così, appena ho avuto la capacità di farlo, ho iniziato a scrivere, a raccontare, a fermare sui fogli quello che sentivo e che immaginavo con la mia infinita fantasia. Io scrivo, scrivo libri. Per ora ne ho scritti solo quattro, ma ci sono altri progetti all’orizzonte. Non ho ancora scritto il libro della vita, e forse non lo scriverò mai, chissà…
Scrittori preferiti.
I miei fari sono tanti, anche se non posso dire di imitarli, non sono capace di imitare nessuno. Scrivo come so. Ma ho una sconfinata ammirazione per Simenon e per Le Carré. Due stili apparentemente opposti: lineare e impressionista il primo, che con due pennellate ci descrive in profondità il personaggio; barocco e cubista il secondo con una storia che si compone come un puzzle e nel quale l’ultima pennellata definitiva al protagonista ce la regala solo all’ultimo. Ma hanno in comune la profonda e vera attenzione verso l’animo umano fin nei suoi risvolti meno alti e talvolta più sordidi. Ambedue mi hanno insegnato che, in barba ad un ortodosso materialismo storico, spesso le grandi dinamiche scaturiscono o vengono impedite da sentimenti come il desiderio di vendetta, l’odio o l’amore. Maigret sa benissimo cosa andare a cercare nell’animo dei sospettati e Le Carré sa esattamente quale sentimento ha provocato le azioni del suo protagonista.
Kundera ha avuto una parte importante nella mia educazione sentimentale con il suo “l’insostenibile leggerezza dell’essere”, così come una scoperta fondamentale fu “La Gloria” di Giuseppe Berto: un vangelo scritto da Giuda. Ancora il grande Buzzati da “La boutique del mistero” al grandioso “deserto dei tartari”.
Poi l’Odissea è stato per me oggetto di studio per qualche anno intorno ai 28/30 anni. Sicuramente il libro dei libri, un fantastico contenitore infinito, come una tasca di EtaBeta, di personaggi, trame e situazioni. Scritto in versi con la magia ammaliante di un cantastorie o, perché no, di un cantautore. Il mestiere di chi racconta le storie cantando non è mai scomparso, da quando esiste l’uomo che comunica parlando.
Ho un grande interesse verso i grandi produttori di best seller. Mi piace capire con quale team lavorino i vari Follett, Grisham, Smith e gli altri. Non sono d’accordo con chi bolla i suddetti necessariamente come letteratura di serie B, sono libri scritti tecnicamente molto bene e che avvincono perché dotati di una sapiente architettura narrativa. Siccome sono convinto che se scrivo qualcosa destinato alla pubblica fruizione, devo avere l’accortezza di far sì che il mio testo possa essere letto, ammiro in particolar modo chi riesce a tenere incollato il proprio lettore sin dalle prime pagine fino all’ultima.
Sfido chiunque a leggere “i pilastri della Terra” di Ken Follett e a dirmi che si tratta di un romanzo banale o commerciale. Una trama che si snoda nel periodo di passaggio fra lo stile romanico ed il primo gotico fiammeggiante ed ha come protagonista Tom, che diventa costruttore di cattedrali. Provate a obbiettare che la ricostruzione storica non sia accurata, che i personaggi non siano abbastanza sviluppati nelle loro problematiche, che la storia non abbia livelli di lettura o che si tratti di un argomento che strizza l’occhio al grande pubblico facilone.
Così come sfido chiunque a sostenere la trascurabilità letteraria della produzione di Stephen King. Chi lo detrae o non lo ha mai letto, o non si è accorto della profonda portata critica e forse anche psicanalitica della sua opera di descrizione della classe piccolo borghese americana. Nessuno come lui è in grado di esporre con chiarezza la grande attrazione verso la paura del popolo americano, la sua condanna a vedere mostri in ogni piega della realtà quotidiana. I mostri sono le macchine, i cani del vicino, i vicini di casa, il babau, il vecchio apparentemente dolce e indifeso. Nessuno come lui è così spietato nel mettere a nudo le contraddizioni di un sistema pieno di consumi ma ormai vuoto di valori.
Per finire
Mentre scrivo un racconto lungo o breve tengo sempre a mente dei consigli di alcuni tra i più grandi scrittori del nostro secolo.
Il primo è un consiglio che dava Edgar Allan Poe: “Non iniziate a scrivere se non sapete esattamente come va a finire”. Lo ritengo basilare. Chiunque abbia mai provato a scrivere, sa benissimo che è una conditio sine qua non della produzione letteraria e narrativa in genere. Chi scrive deve avere le idee chiare su dove sta andando. Su quale sarà il porto di approdo al quale vorrà condurre il lettore.

Il secondo è un consiglio di Hernest Hemingway: “non temete di tacere mai abbastanza”. Anche questo sarebbe un consiglio d’oro da incidere sul monitor del computer di chiunque scriva. Non è mai necessario spiegare tutto di una storia, di un personaggio. Abbiate la coscienza di lasciare un po’ di fantasia al lettore. Voi che scrivete dovete certamente sapere tutto sui vostri personaggi, ma non è detto che dobbiate raccontare tutto della loro vita, del vissuto, delle aspirazioni, ecc. Lasciate alla storia, al dialogo e ad alcune descrizioni “soggettive” il riempire le caselle non esplicitate. Anche perché comunque chi legge, anche se consciamente vi subisserà di domande tipo: “ma che fine farà Keiko?” “Ma l’hanno veramente uccisa?”, inconsciamente sarà molto più appagato dal poter aggiungere qualcosa allo scritto con la sua immaginazione di lettore, che non vedere appagata e esplicitata nelle vostre pagine ogni più strana curiosità.

Il terzo consiglio l’ho preso da Stephen King che rispondeva a chi gli chiedeva se scrivesse solo sotto ispirazione, magari durante notti buie e tempestose. Lui rispose in maniera apparentemente paradossale. “Io scrivo tutti i giorni dalle nove del mattino fino a mezzogiorno. Poi riprendo alle 2 e mezzo fino alle cinque del pomeriggio. Il sabato e domenica e i giorni di vacanza non scrivo. Scrivo quando ne ho voglia e quando non ne ho. Certo, ci sono giorni che le cose mi vengono meglio e giorni che è difficile buttar giù qualcosa. È comunque difficile che alla fine dell’anno mi ritrovi solo del materiale scadente. C’è sempre più materiale buono di quanto non ce ne sia di scarto”. Questo consiglio, dei tre che mi porto sempre appresso, è forse quello a me più caro. Come ogni attività, anche la scrittura abbisogna di regolarità e serietà. Quando scrivo cerco di darmi una disciplina e in genere è la stessa disciplina che mi aiuta a portare a termine gli impegni.

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